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Il referendum, che si terrà il 22 e 23 marzo 2026, sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici viene presentato come una svolta epocale per il sistema giudiziario italiano ma in realtà rischia di rivelarsi l’ennesima operazione di facciata: molto rumore, molta propaganda, pochissima sostanza.
I numeri parlano chiaro. Il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante – e viceversa – riguarda circa l’1% dei magistrati. Un dato marginale, che rende evidente come il problema strutturale della giustizia italiana non risieda affatto nella commistione delle carriere, ma altrove. Intervenire su un fenomeno così residuale significa ignorare deliberatamente le vere cause della crisi del sistema giudiziario.
La lentezza dei processi resta il nodo centrale, mai sciolto. Da oltre venticinque anni, lo Stato italiano è costretto a riconoscere indennizzi per l’irragionevole durata dei procedimenti, a seguito dell’introduzione della cosiddetta legge Pinto, coerente con i principi sanciti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Centinaia di milioni di euro vengono ogni anno sottratti alle casse pubbliche per risarcire cittadini e imprese vittime di una giustizia inefficiente. Un’emorragia finanziaria che certifica, senza possibilità di smentita, il fallimento dello Stato nell’assicurare un servizio essenziale.
Se questo sistema fosse un’azienda privata, sarebbe già stato dichiarato fallito. Invece, come troppo spesso accade nel settore pubblico, il conto viene scaricato sui cittadini: più tasse, meno servizi, minore fiducia nelle istituzioni. E tutto questo senza che nessun governo, di qualunque colore politico, abbia avuto il coraggio o la capacità di avviare una riforma seria, organica e realmente efficace della giustizia.
Il referendum sulla separazione delle carriere, così concepito, non accelera i processi, non riduce l’arretrato, non migliora l’organizzazione degli uffici giudiziari, non investe su personale e digitalizzazione. Serve piuttosto a dare l’illusione di un cambiamento, ad occupare il dibattito pubblico con uno scontro ideologico che distrae dall’urgenza delle vere riforme.
Una giustizia lenta è una giustizia ingiusta: frena l’economia, scoraggia gli investimenti, mina la coesione sociale e viola i diritti fondamentali dei cittadini. Continuare ad ignorare questa realtà, rifugiandosi in riforme simboliche e costose, significa perpetuare un sistema che non funziona e che, paradossalmente, premia l’inerzia politica.
Il problema non è separare ciò che è già separato nei fatti. Il problema è costruire una giustizia che funzioni. Tutto il resto è propaganda.
DI CARMINE TRANFA
DI LUIGI TRANFA




