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In una società che richiede sempre più attenzione e professionalità da parte del personale sanitario, appare sempre più evidente quanto sia problematico il doppio ruolo di chi, da una parte, dovrebbe curare i pazienti, e dall’altra, amministra un’intera comunità.
Essere medico non è un mestiere come gli altri: è una missione che richiede tempo, aggiornamento costante, dedizione e disponibilità.
Ma cosa succede quando un medico decide di diventare anche sindaco? Succede che il tempo per i pazienti si riduce, le visite si fanno più rapide, le risposte più superficiali. In alcuni casi, ottenere un appuntamento diventa difficile. Non per cattiva volontà, ma perché il ruolo politico assorbe energie e ore che dovrebbero essere dedicate alla salute delle persone.
Il rischio non è solo organizzativo, ma anche etico. Il medico ha un dovere morale nei confronti dei suoi pazienti, molti dei quali si affidano completamente alla sua professionalità e alla sua presenza. Quando questa presenza viene a mancare – perché impegnato in consigli comunali, inaugurazioni o riunioni politiche – il paziente si ritrova solo, con una medicina impersonale e distaccata.
Svolgere bene il lavoro di sindaco è altrettanto impegnativo: servono ascolto, decisione, mediazione. Ma proprio per questo, un medico che sceglie la politica attiva dovrebbe avere il coraggio di sospendere o limitare la sua attività clinica, o almeno essere trasparente con i propri pazienti. In caso contrario, si corre il rischio di danneggiare chi ha più bisogno: le persone malate.
MARIO RUSSO




