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Per un giorno erano tutti attori-cantanti. E’ un po’ questa la storia speciale del Carnevale di Ceppaloni.
Stiamo parlando della “mascherata”, una sorta di “musical” itinerante, rappresentazione cantata di opere scritte e interpretate da persone del luogo.
Da tempo immemorabile che a Ceppaloni si conservava questa tradizione, si festeggiava partecipando coralmente alla “mascherata”.
Questa tradizione consisteva, in una divertentissima commedia cantata, e non recitata, come avveniva nei centri vicini.
Come da tradizione, tra le fila del cast non si annoveravano attori professionisti o gente del mestiere, ma solo persone comuni, gente del popolo, che per passione ogni anno si radunavano per provare le parti.
Attraverso le “mascherate” venivano messe in atto sacre rappresentazioni: i temi riguardavano Dio, la religione, le vite dei Santi, il Diavolo. Né mancavano riferimenti ed appigli a fatti contemporanei vissuti direttamente dagli attori.
Altra importante caratteristica delle “mascherate” di Ceppaloni era data dal risvolto etico-morale: il bene trionfa sul male, il buono sul cattivo era un mix di realtà e finzione, rappresentava anche il moto di rivalsa dei poveri sui ricchi, dei servi sui padroni.
Purtroppo, col passar degli anni, con i mutamenti sociali e politici, con l’evolversi dei costumi, la ridefinizione dei valori etici e civili, questa antica tradizione di cultura e arte popolare si è in parte persa.
In passato, nel loro periodo d’oro, le “mascherate” coinvolgevano tutte le contrade di Ceppaloni oltre che il centro storico.
La tradizione voleva che la comitiva, di attori-cantanti-musicisti si fermasse davanti ad ogni casa in una sorta di “processione” laica: il gruppo, detto (a giappones) veniva invitato a degustare pietanze e dolci tipici del Carnevale e ad assaggiare del buon vino.
L’ovvia conseguenza di tutto questo era che, considerata anche la frequenza delle soste, molti finivano con l’ubriacarsi. Quelli che resistevano all’aggressione etilica erano, comunque, molto eccitati e su di giri, tendendo ad esagerare nei gesti, nei canti, nelle urla: insomma, gli “attori” superstiti, dopo il giro per le contrade, giungevano nella piazza principale di Ceppaloni a dare fuoco ad un fantoccio di paglia, con ciò rappresentando la fine del Carnevale.
Tra le tante “mascherate” sono da ricordare: “I dodici mesi”; “La bella Lesina”; “Il dragone infernale” e “I due maghi”. Grazie alla mascherata della “Bella Lesina”, Ceppaloni entrò a far parte, con le sue tradizioni, nel “Museo delle feste e delle tradizioni popolari” di Caserta.
Tutto questo fu possibile grazie al grande lavoro svolto da parte DELL’INGEGNERE GIUSEPPE DI DONATO, il quale era un profondo conoscitore di queste antiche tradizioni.
Per “I due maghi” invece, le cose furono più complicate, infatti, fu rappresentata solo nei terribili anni 1944 e 1945; poi, purtroppo, il testo, come quello di altre “mascherate”, andò irrimediabilmente perduto: ebbene, Di Donato si impegnò dal 1994 al 1996 ad intervistare gli anziani di Ceppaloni e dei paesi limitrofi che avevano interpretato quella “mascherata” al fine di recuperarne, per quanto possibile, il testo. L’impresa gli riuscì, tanto che nel 1996 fu messa di nuovo in scena.
Tra tutte le “mascherate”, quella del “Cavalier Turchino”, merita un piccolo approfondimento. La storia ha origini antichissime: e si basa sull’incontro tra il “Cavaliere” e la “Morte”, giunta per porre fine alla vita di un uomo vissuto senza scrupoli e senza pudore. L’argomento risale al Medioevo e precisamente ad una delle più devastanti epidemie della peste bubbonica diffusa per le campagne, lasciando alle spalle numerose vittime, cadute sotto la falce della “Grande Mietitrice”. Dunque un dramma sacro trasformato poi in “mascherata” cantata.
La “Morte”, con la quale evidentemente, si identificavano le grandi paure del Medioevo: l’ignoto e l’aldilà, si presenta solitamente nella “mascherata” al cospetto dei vivi giunti al tramonto, per punirli dei loro peccati.
L’incontro con la “Morte” avviene in un ambiente oscuro, illuminato solo da lumi ad olio aventi intensità di luce diversa tra loro: ogni lume, infatti, rappresenta la vita di un essere umano ed il tempo restante prima della fine. Questi elementi danno la misura della complessità anche “filosofica” della rappresentazione de “il Cavaliere Turchino”.
Il libertino si accorge che la propria luce è ormai quasi spenta e, dunque, che è giunta l’ora dell’addio: ovviamente non ci sta ed invita la Morte a fare un travaso di olio dagli altri lumi. Incassata la risposta negativa, il Cavaliere cerca invano di corrompere la Morte, riuscendo solo ad ottenere altri otto giorni di vita. Inesorabilmente, però, al loro scadere, la vita del Cavaliere si spegne: egli infatti viene decapitato dalla “Morte” e privato della sua anima dai diavoli.
Un ruolo importante nella “mascherata” è svolto da Pulcinella, nei panni di presentatore e di introduttore, che adempie anche ad altre funzioni, come quella di sdrammatizzare, tra un atto e l’altro, l’eventuale tensione emotiva accumulatasi.
Le Tradizioni dei nostri piccoli centri, purtroppo, vanno affievolendosi. La storia e l’identità culturale di intere comunità svaniscono e le stesse “mascherate” carnascialesche fanno fatica a sopravvivere. Nel villaggio globale in cui viviamo queste rappresentazioni non sono più intese nella loro complessità e nella loro funzione, ma appaiono uno spettacolo tra i tanti.
Tra i fondatori della Pro Loco di Ceppaloni
Angelo Sabatino




